Come nasce una protesi

 

Parlare di sé stessi non affatto facile, soprattutto quando l’argomento è intimo come il rapporto con la disabilità. E’ per questo che la parola la cedo a mio fratello, anche lui ha vissuto la mia disabilità sin dall’inizio.

La fabbrica delle gambe.

Da quando mio fratello ha avuto l’incidente nel 1989 abbiamo parlato poco della disabilità, o meglio, ne ho parlato poco io. Sono stato sempre ad ascoltare quello che ci raccontava quando passava a casa per il caffè e per salutare mamma e papà. Quando ha deciso di lanciarsi a capofitto nel trekking mi sono detto che era una buona idea, quando ha aggiunto “voglio partecipare al Tor des Géants” ho detto che era una competizione dura, che bisognava essere preparati e che ci andava anche coraggio. La sua risposta è stata semplice, “voglio provare anch’io le stesse emozioni di chi partecipa alla gara”, ecco allora sparite le mie preoccupazioni. D’altronde non conosco nessuno più tenace, caparbio e ostinato di mio fratello, a parte nostra madre. Come si dice, il frutto non cade mai lontano dall’albero. A questo punto non mi rimaneva altro che propormi di aiutarlo in questa sua avventura.

In alcuni mesi di attività fisica e di produzione di materiale video e fotografico ho avuto modo di condividere fatiche e gioia con mio fratello, non accadeva da tanto tempo, o forse non era mai accaduto, abbiamo sempre avuto un rapporto tra fratelli molto razionale, vuoi per la differenza di età, vuoi per il fatto che quando è andato via di casa avevo appena 12 anni. Abbiamo camminato, nuotato, pedalato e ancora, fatto foto, video e anche una piccola conferenza di sensibilizzazione per far sparire il luogo comune che vede la persona disabile come quella che non può fare un indeterminato numero di attività. Quella della conferenza è stata una serata un po’ difficile per la nostra famiglia, un ripasso della tragedia. Devo ammettere che ho trattenuto le lacrime a difficoltà durante la serata, così come lo sto facendo adesso scrivendo queste righe. Ma forse ogni tanto affrontare brutti ricordi ci aiuta a superarli, ad elaborarli, perché alla fine dei conti sembra sempre che vada bene tutto, non è proprio così… C’è sempre qualcosina che torna a galla.

Verso la fine di marzo ho accompagnato Francis al Centro Protesi di Budrio, un piccolo paesino vicino alla “dotta” Bologna. Di questo centro ne ho sempre sentito parlare da mio fratello quando passava a casa per il caffè. Quando mi ha proposto di seguirlo per documentare anche questa fase ero particolarmente incuriosito, un’occasione ghiotta per un fotografo, avrei finalmente visto realizzare la protesi, dal concept alla finitura. Ovviamente ho accettato.

Partenza alle 5 di mattina, fa ancora buio. La bella stagione inizia a bussare alla porta e, mentre esco di casa ancora intorpidito dalle poche ore di sonno, trovo a farmi da colonna sonora i primi canti di cinciallegre e ghiandaie. Aspetto sul bordo della strada regionale, sono in anticipo di alcuni minuti. Penso un po’ a quello che vedrò al centro, come avvicinarmi ai soggetti. Il canto degli uccelli inizia ad essere disturbato da un rumore, un ronzio meccanico. Poi ecco i fari di un’auto, Francis è arrivato. Salgo in auto.

Il viaggio è lungo, parliamo un po’ di tutto. Allenamenti, progettazione, pianificazione. Poi attualità, vecchi ricordi, aneddoti di famiglia. Insomma in 4 ore di viaggio, tra chilometri e pausa caffè, si parla un po’ di tutto.

Alle 9 di mattina varchiamo finalmente l’ingresso del Centro Protesi Inail, ad attenderci c’è Simone dell’Ufficio Stampa che ci accompagna dal suo capo ufficio per le ultime raccomandazioni prima di poter fotografare. Sinceramente mi aspettavo una cosa diversa, una cosa che non saprei descrivere, o meglio non facilmente. Ecco forse mi immaginavo una super tecnologia con poco contatto fisico da parte di sanitari e tecnici. In una sala gessi ci attende Giacomo, al suo fianco un giovane ragazzo, uno studente. Dopo i saluti ed alcune battute Francis si siede sul lettino e sfila la protesi, Giacomo prontamente inizia a fasciare il moncone con del cellophan. In effetti continuo a pensare che mi aspettavo un sacco di tecnologia. Estrae un penna, fa alcuni segni di riferimento sulla pellicola e prende immediatamente una benda gessata che immerge in un catino. In pochi minuti e parecchi abili movimenti crea un’impronta del moncone di Francis, servirà per fare un duplicato per la costruzione della nuova protesi. Giacomo si alza e rapidamente si infila nel laboratorio dove costruiscono le protesi, lo seguo furtivamente. Mi aspettavo un sacco di tecnologia, con enorme stupore scopro invece un’arte, un fine artigianato, delle abilità incredibili in quel laboratorio dove le gambe vengono costruite interamente a mano. Continuo a fare qualche scatto. Esco meravigliato da quello che ho visto fare dalle mani di quegli uomini, è ora di ritornare a casa, torneremo più avanti per fare la prova dell’invasatura di prova.

Passa un mesetto, di nuovo la partenza alle 5 di mattina. Non c’è niente da fare, esco di casa sempre intorpidito a quest’ora. Questa volta ad essere in anticipo è mio fratello, salgo in macchina e si parte. Stesso copione per il viaggio, a Piacenza un buon caffè e arrivo al Centro Protesi dell’Inail alle 9. Arrivati alla reception incontriamo Fausto, un distinto signore, occhiali, capelli bianchi come la sua divisa che, con la sua abbottonatura in diagonale, ricorda le divise degli infermieri dei film degli anni ’50. Oggi è il giorno della prova dell’invasatura, una fase delicata dove si devono apportare le modifiche per la protesi definitiva. Chiede a Francis la sua protesi, lo mette a sedere in palestra e con la sua gamba a braccetto si infila in laboratorio. Lo seguo. Fissa la protesi vecchia sulla morsa e smonta la parte meccanica del piede e della caviglia che verrà rimontata sul nuovo invaso che sostiene il moncone. L’atmosfera in laboratorio è concitata, i tecnici sono al lavoro su diverse protesi, Fausto estrae un invaso provvisorio e lo incolla su una base, poi di fretta si dirige a fare delle smussature con le frese. Poi via alla pressa per incollare i pezzi. Un’operazione che dura un paio di orette. Mio fratello prende una protesi di scorta e ci dirigiamo al bar per un caffè. Quando torniamo in palestra Fausto è lì con la protesi da provare. Il lavoro da fare è di fino e richiede molta pazienza da parte sua, così per mio fratello. Inizia a camminare, Fausto osserva, fa dei segni sull’invaso, armeggia con una chiave sulla meccanica. Dopo alcune ore ecco il risultato atteso, la protesi è pronta per la fase di finitura. Si riparte per Aosta. Sono sempre più stupito di quanto ho visto al Centro Protesi, non so ancora se definire quegli uomini degli artigiani, dei tecnici, degli artisti, degli ortopedici, dei meccanici. Forse sono entrambe le cose allo stesso tempo.

Non so ancora cosa ci riserva per il futuro l’avventura di mio fratello, l’unica cosa che posso dire è che per il momento io ho vinto, e pure molto. Era da parecchio tempo che non passavo così tanto insieme a mio fratello e che non si chiacchierava allegramente del “più e del meno”.

A pensarci bene una cosa che so di potermi aspettare in questa impresa c’è.

Una fatica enorme!

Romuald

L’unico handicap nella vita è avere un atteggiamento negativo.