Massimo Cavenago

Questo mio viaggio è iniziato nel 2010 per un’ulcera al piede destro, morbo di Charcote. In cinque anni ho subito ben quattordici operazioni e la mia vita di quel periodo oscillava dalla sedia rotelle alle stampelle.
La vera svolta, però, è stata nel Luglio del 2015. Quel giorno non mi sono sentito bene, avevo la febbre, mi sembrava una cosa banale, non volevo neppure andare in ospedale. Da febbre, però, è diventato coma. È durato 3 giorni, causa setticemia in tutto il corpo, tranne – per fortuna – il cuore e il cervello. Al mio risveglio, il mio chirurgo ed io abbiamo deciso di darci un taglio, letteralmente. Mi hanno amputato la gamba destra quello stesso mese, fortunatamente sotto il ginocchio. Ma i veri problemi non erano ancora cominciati.
Una volta fuori dall’ospedale, nessuno mi ha detto dove e come fare riabilitazione, nessuno mi ha spiegato la prassi per ottenere la protesi, nessuno mi ha veramente aiutato. Per una procedura tutt’altro che difficile ci ho messo 7 mesi, come altro poteva essere? Quel mondo mi era nuovo e completamente estraneo. Alla fine, il 23 Dicembre 2015 ho indossato la mia prima protesi e da allora non l’ho più tolta. Non ho mai pensato ad essa come una disabilità, piuttosto come una rinascita, una nuova opportunità di vivere la mia vita, per questo motivo cerco di fare più esperienze possibili. Sento come un’energia inesauribile in me.
Voglio dimostrare che un disabile può fare tutte le cose “normali” che desidera, che non ha limiti e poter rispondere al loro “si può?” che si, si può e si deve.

Ho iniziato a collaborare con il CIP (Comitato Italiano Paralimpico), andando nelle scuole per portare l’inclusività della disabilità in tutti i suoi aspetti; sono sempre stato uno sportivo, la mia grande passione era il rugby, ora invece pratico sport di squadra come sitting-volley, basket in carrozzina e pallanuoto.
Il tempo libero lo dedico a potenziarmi al massimo, vado “un pochino” in bici, il mio mezzo di trasporto personale e per diletto cammino, cammino e cammino ancora.
Per finire, la mia speranza è che qualcuno si accorga di noi – grazie anche a questa iniziativa- e che ci si renda conto che noi ci siamo sempre, non solo ogni quattro anni per 15 giorni.

 

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L’unico handicap nella vita è avere un atteggiamento negativo.