21 settembre 2015

Ho perso una gamba tanti anni fa, un freddo sabato di febbraio. Per fare un po’ di straordinario. Ero poco più che ventenne, sposato da pochi mesi e in procinto di diventare papà. Era il 1989, non esisteva ancora il concetto di aiuto psicologico a chi subiva gravi infortuni. Non c’era nulla dopo la convalescenza, ci si doveva sbrogliare un po’ da sé.

Io sono stato fortunato, avevo mia moglie Rosy e il piccolo Patrick in arrivo, seguito poi da Alessandra e Jerome. Strada facendo ho conosciuto Pierino, amputato anche lui, che mi ha fatto capire che dovevo muovermi e praticare sport. Non sapete quanto può essere d’aiuto lo sport per riprendersi da un grave periodo di convalescenza. Ho praticato lo sci da discesa, quello nautico, ho fatto la traversata del ghiacciaio del Monte Bianco, lancio del peso, lancio del giavellotto e del disco.

Ho anche un amico che si chiama Claudio, un vero atleta, lui pratica la corsa in montagna (quella che ora chiamano trail running) e per seguirne le imprese ho iniziato a praticare i sentieri di montagna. In principio delle semplici e brevissime escursioni, mi avvicinavo più possibile con l’auto e poi a piedi. Poi ho iniziato a lasciare l’auto sempre più lontana e a percorrere sempre più strada a piedi. Mi è tornata la voglia di andare per sentieri alpini, quelli che da giovane praticavo senza troppi pensieri per la testa. Di lì a poco ho deciso di iniziare a farlo come sport. O per lo meno ci sto provando… Già perché un disabile quando decide di fare uno sport non lo trova sempre poi così accessibile, il trail running in modo particolare. Il mio sogno è di poter fare il Tor des Géants, un’endurance trail di 330 chilometri e 24mila metri di dislivello positivo. Una sfida quasi impossibile anche per un atleta normodotato.

Quando ho deciso di voler fare il Tor ho costruito un progetto intorno a questa “euforica follia”, qualcosa per far capire alla gente che una persona disabile non deve vivere nella continua negazione della quotidianità, qualcosa che faccia capire alla gente che noi disabili le cose le facciamo in modo diverso. Purtroppo lo scontro con l’organizzazione della gara è stato duro, un muro vero e proprio. Non è possibile far partecipare un atleta disabile ad un’endurance trail, manca una normativa o un regolamento sportivo che lo preveda. Questa almeno è la giustificazione prodotta dall’organizzazione. Poi indagando bene si è scoperto che in precedenza un altro atleta amputato ha fatto quella gara pagando l’iscrizione, forse è proprio quella la chiave, pagare e basta, nessun patrocinio per un progetto sportivo sociale. Non da parte di un’organizzazione che percepisce contributi pubblici. Il Centro Protesi Inail di Budrio (BO) per fortuna l’ha pensata diversamente, realizzando una protesi sportiva specifica da sperimentare sui sentieri ripidi.

Nella mia vita ho imparato diverse cose, una tra queste è che nessuno può fermare la mia volontà. Ho lanciato una petizione indirizzata al Ministro delle Politiche Sociali e altri organismi competenti per chiedere di risolvere questa situazione, di farlo per tutti i disabili. E’ stata firmata da oltre 45mila persone e a breve scenderò a Roma per consegnarla. Ho anche deciso che mi sarei fatto il mio Tor in totale anarchia e autogestione, percorrendo l’ultima tappa della blasonata e agognata gara. Da Ollomont a Courmayeur, 50 chilometri a piedi, “Il mio (anarchico) TOR”.

Il gruppo in partenza dalla base vita di Ollomont

Com’è andata? Possiamo dirne di tutto e di più.

Un’impresa del genere non era affrontabile in solitaria, a me si sono uniti mio fratello Romuald, il mio amico-vicino di casa-mentore Claudio e sua moglie Nathalie, mia figlia Alessandra, il mio sostegno sanitario Patrick e l’esperto di montagna e amico Carmine (Washi). Siamo partiti per Ollomont verso le 21.30 con lo scopo di attendere il passaggio del primo concorrente e ricevere così “abusivamente” la staffetta per dare inizio all’#anarchytor. Purtroppo sulla Valle d’Aosta ha iniziato a piovere il giorno della partenza da Courmayeur, due giorni prima, e di conseguenza gli atleti hanno rallentato il passo. L’attesa alla base vita è stata estenuante, ero agitato, non ho fatto altro che andare avanti e indietro guardando l’orologio e il cielo che in quel momento ci stava regalando una tregua dalle incessanti piogge. Alcuni del mio gruppo hanno sonnecchiato un po’, io non ce la facevo, l’adrenalina era troppa. Patrick Bohard, l’atleta in testa alla gara, è arrivato alla base vita di Ollomont alle 02,40. Sua moglie lo ferma prima dell’ingresso e gli spiega il nostro progetto, lui si ferma con me per una foto insieme, la dimostrazione che la solidarietà può essere praticata in qualsiasi momento, anche quando sei in testa ad una gara e quella foto e stratta di mano ti portano via del tempo alla pausa dove ti puoi riposare e prendere un po’ di caldo. Un vero gigante.

Francis e Patrick Bohard, vincitore del Tor des Géants 2015

Alle 3.00 di mattina di mercoledì 16 settembre parte “il mio (anarchico) TOR”. Mi metto in testa al gruppetto col mio passo troppo spedito. Dopo pochi metri Claudio mi sorpassa e in silenzio inizia a fare l’andatura, lenta e regolare, incollando un passo davanti all’altro. Non dico nulla, sto in silenzio, lo fa per farmi evitare di scoppiare dopo pochi chilometri. La pioggia arriva a farci compagnia dopo pochi minuti, ci si infila rapidamente l’antipioggia. Il terreno è scivoloso, poi man mano che ci si avvicina ai pascoli oltre al fango troviamo anche parecchie “mine anti-uomo” lasciate dalle mucche. Per ogni passo fatto in avanti ce n’è almeno mezzo fatto indietro. All’uscita dal bosco di Ollomont ci troviamo davanti un bel muro di nebbia e a complicare le cose non si riescono a vedere tutte le bandierine segnavia, alcune sono sdraiate e in quel momento ti sale il dubbio di essere fuori percorso. Non è proprio una bella sensazione. Poco prima di raggiungere i primi alpeggi di Champillon vediamo dietro di noi una luce salire. E’ Patrick Bohard, ha fatto una bella sosta in base vita ed è ripartito di passo spedito. In un baleno ci raggiunge e supera con un saluto. Noi continuiamo a testa bassa. Arrivati alla “Tsa” di Champillon mi fermo, un piccolo dolore muscolare, Patrick immediatamente mette mano allo zaino per afferrare una crema per tamponare il problema. 5 minuti di pausa. Intanto sulla cresta del Colle di Champillon si vede la luce di Bohard, sta per scollinare verso Etroubles.

Il gruppo, alla luce delle lampade frontali, lascia Ollomont

Si riparte per il Rifugio Champillon, l’ultimo chilometro della nottata, quello dove ho faticato di più. Giunti al rifugio alle 06,20 ci sediamo per riprendere fiato. E’ in quel momento che ho fatto i conti con la disidratazione. Durante la salita ho bevuto pochissimo, non ho tenuto conto che, malgrado la pioggia e il fresco, ci si disidrata velocemente sotto sforzo. Ad un certo punto sento la testa leggera ed inizio a vedere tutto girare. Stavo svenendo. Dopo poco riapro gli occhi, a terra con le gambe alzate. Romuald e Patrick durante lo stato di shock mi hanno messo a terra in posizione di autotrasfusione ed in meno di 30 secondi mi sono ripreso. Che esperienza! Dopo qualche minuto e dopo essermi idratato scegliamo di andare a dormire qualche ora, con la speranza di ripartire verso le 9,30 per Saint Rhemy. Purtroppo giunti nelle camere abbiamo scoperto che queste non erano riscaldate. Credo che la temperatura interna superasse di pochissimi gradi quella esterna al rifugio. Il riposo non è servito, neppure con tre coperte. Il freddo ed i liquidi assunti in elevata quantità per la reidratazione mi hanno procurato un bel mal di stomaco e forti nausee. Tutto questo sotto l’occhio indifferente di gestore e di volontari del Tor che avevano assistito immobili anche allo svenimento alcune ore prima. Dopo una bella colazione calda, la decisione è di ripiegare in tarda mattinata, scendendo a Saint Rhemy en Bosses in auto. Inutile rischiare, tanto meno che le condizioni meteo poco dopo il Colle Champillon erano decisamente pessime.

Patrick controlla i parametri di Francis prima di ripartire

Arrivati a Saint Rhemy troviamo il gazebo ristoro del Tor, proprio di fronte al camper piazzato in precedenza. C’è un po’ di agitazione, la corsa stava per essere sospesa per la nottata a causa del peggioramento delle condizioni meteo. Una bella cena calda con gli amici e parenti e poi una bella dormita. Verso le 8 di giovedì inizia a esserci un po’ di movimento al gazebo, i volontari e alcuni concorrenti bloccati aspettano notizie dall’organizzazione della gara. Solo mezz’ora dopo una voce in radio dice “il Tor è annullato! E’ finito così, non parte più nessuno.”

Da sinistra: Francis, Alice, Carmine, Renzino, Patrick, Alessandra, Rosy, Alessio e Sabrina.

Tanta tristezza ed amarezza, contavamo di ripartire per il rifugio Frassati e affrontare il Colle Malatrà. Non quest’anno. Così è andato “il mio (anarchico) TOR”. Poco male, si inizia con la nuova stagione di allenamento. Il giorno successivo, insieme a mia moglie Rosy, mia figlia Alessandra, mio fratello Romuald, Patrick, Carmine, Alessio e Sabrina, siamo andati a farci un giro al Rifugio Bertone da Renzino Cosson, un giro di 14 chilometri dalla Val Ferret e fino all’Alpe Lèche. Renzino si era proposto di ospitare gratuitamente la truppa durante la gara. Il minimo che potevamo fare era comunque di andare a salutare di persona lui e la sua famiglia.

Ora mi rimane un anno intero per pensare al Tor des Géants 2016, l’organizzazione ha detto in più interviste che la prossima edizione sarà possibile far partecipare atleti disabili. Vedremo, strada facendo, quanto valgono quelle dichiarazioni.

Alcune immagini della gita al Rifugio Bertone